Opossum al Salone del Libro di Torino

 

La dottoressa Kurolopy, esimia studiosa di opossumologia comparata, è lieta di annunciarvi che la sua diletta agiografa e scrittrice Rossella Calabrò sarà presente al Salone del Libro di Torino venerdì 11 maggio, alle 14, per diffondere la nuova, rivoluzionaria teoria dell’evoluzione della specie, secondo la quale l’uomo (maschio) non discende dalle scimmie, bensì dall’opossum.

Venghino, siori e siori, venghino a Torino. Ché gianduiotto fu il libro, e chi lo scrisse.

 

“Perché le donne sposano gli opossum?” Padiglione 2, stand J145 di Emma Books.

http://www.emmabooks.com/?s=rossella+calabrò&x=0&y=0&lang=it

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Il debutto del rutto

 

ll’inizio della vita in cattività, l’Opossum sapiens ha il pieno controllo dei suoi orifizi: appare come un animalino pulito, educato, che sporca solo nella sua lettiera, e che non emette alcun suono se non qualche lieve grugnito in segno di apprezzamento del cibo, o del folto pelo dell’opossumessa.

Ma le severe ricerche del team scientifico Kurolopy hanno rilevato che, nel novantanove per cento dei casi, dopo un annetto in cattività al marsupiale accadono fatti inspiegabili.

Un esempio per tutti? Preso da una sete inestinguibile di cultura, inizia a esercitarsi nella pronuncia dell’alfabeto. Le ventuno lettere vengono accuratamente recitate, come una dolce nenia, dopo ogni santo pasto.

Il problema è che l’opy le recita ruttando. Aaarp, Buuurp, Cuuurp, Duuurp, Eeeeurp, Ffffffùrpete, (la effe fa eccezione), Gluuurp, Hhhhurp (questo è anche dotato di odorama), Iiiiurp, Llluuurp, Muuuuuuurp (qui mette i due indici sul capo imitando le corna di un toro) e così via fino allo Zzzzuurp conclusivo che prevede una zeta di Zorro che, grazie all’aria compressa, si materializza con uno strappo sulla tovaglia.

Ora, l’alfabeto coi rutti, ci rendiamo conto, è un caposaldo dell’essenza maschile, un traguardo ambito che solo pochi eletti sanno raggiungere dopo anni e anni di rigoroso esercizio. Ci risulta anzi che, in alcuni centri di arti marziali, siti nella cittadina di Freeburpo, insegnino a formare intere frasi assemblando le ventuno lettere ruttate.

Ma, davanti all’espressione devastata delle proprie compagne, gli Opossum ruttans che fanno? Rispondono che trattenere i rutti fa male al pancino. E, i più virtuosi, pronunciano pancino come hanno imparato a Freeburpo o anche guardando, col sistema listen and repeat, L’Esorcista. Altri, i più paraculidi, iniziano a saltellare intorno all’amata pigolando innocui e scherzosi e bambineschi Prub! Prub! che poi registrano e mandano in onda al contrario, come quando parla il diavolo.

Superato il primo anno in cattività, l’opossum aggiunge un’ulteriore variante al suo rutto sapiens: il ruttus insufflatus. Ovvero, dopo abbondante libagione di birra e assunzione coatta di salame con l’aglio, il nostro rutta, sì, come di consueto, ma poi, come se soffiasse sull’argilla per renderla viva, ammazza gli astanti col suo soffio mortifero. Burp, fffffffffffff.

Questa variante è particolarmente deleteria, e il team scientifico della dottoressa Kurolopy sta tentando di isolarne il principio attivo per una certa commercializzazione illecita di scrostatori per wc.  (Del resto, se i finanziamenti per la ricerca scarseggiano, ci si arrangia come si può).

 

Per la dottoressa Kurolopy: Rossella Calabrò


N.B. Al Salone del Libro di Torino, venerdì 11 maggio alle 14, Rossella Calabrò parlerà di opossum per Emma Books.

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“Quando una donna dice no, vuol dire forse”. Seeeee

 

l luogo: la vasta sala di un ristorante. L’occasione: un matrimonio. I partecipanti: un centinaio di invitati. Il soggetto da studiare: un opossum in veste di fotografo ufficiale. L’esca (suo malgrado): l’esimia opossumologa dottoressa Kurolopy.

Inquadratura della sala, dall’alto: molti tavoli festosamente imbanditi dove i commensali, tra cui un piccolo plotone di neonati, starnazzano e scagazzano allegramente, i primi per eccesso di alcol, i secondi per eccesso di caseina.

Stacco. Panoramica sull’esterno: siamo in un agriturismo. Primo piano su una decina di dolcissimi maialini e relativi umani che dicono cariiini. Controcampo sulla piccola costruzione di fronte che reca la scritta “Macello”. Dissolvenza (o velo pietoso). La macchina da presa ora indugia sulle fette di salame che grandi e piccini stanno divorando come ossessi. La scena verrà cancellata perché, se la Kurolopy è vegetariana, sono un po’ cazzi suoi.

Quindi, bando alle ciance, ed entriamo nel pieno dell’esperimento. La dottoressa-esca siede a un tavolo accanto al suo legittimo opossum, un esemplare ben tenuto di paraculide, col pelo ancora lucido e le vibrisse ben tese. Ora però il legittimo abbandona un attimo la postazione Kurolopy, per fare un giro dei tavoli. La Kuro invece, pigra e orsa, se ne sta lì al suo posto a pensare ai maialini. E, a questo proposito, ecco che, oink, le si siede accanto l’opossum fotografo: un esemplare di paraculide abbastanza in forma che, nascondendo il codino a cavaturaccioli sotto la giacca, le mostra la foto che le ha appena scattato. Poi aggiunge, con un vocalizzo roco e un lieve retrogusto di salumeria: “Verrebbe da me in studio (oink) per farsi fotografare con calma?” “No, grazie”, fa la dottoressa con un sorriso siberiano. Fuiiiiiiii, fischia la bufera e al fotografo si ghiacciano i baffi. Eppure il paraculide, per niente raffreddato, insiste, fa gli occhi da triglia (Findus), batte le zampe come un tricheco, si fa rotolare una palla colorata sul naso, finché la Kuro gli dice, continuando ostentatamente a dargli un ibernato lei: “Ma lo sa che lei è seduto prooooprio sulla sedia di mio marito?”. Che sarebbe un modo light per dire: A) sono sposata, B) mio marito torna e ti fa un culo così, C) non c’è trippa per gatti, né per opy.

E qui, l’esperimento si rivela nella sua frustrante complessità. Contrariamente alle previsioni dell’esimia opossumologa, il paraculide non si scompone. Zero, non fa un plissé. Come se non avesse sentito il messaggio di rifiuto.

Ora, la domanda che il team Kurolopy si pone accorato e sinceramente confuso è la seguente: ma se a un opossum viene timbrato sul grugno che una femmina non ha intenzione di accoppiarsi con lui, perché insiste? Forse perché bisogna dirglielo pestandogli un mattarello in testa per aprirgli le sinapsi? Forse perché bisogna chiudergli le dita in una portiera, anche in mancanza della portiera? (Se mancano le dita, invece, una soluzione alternativa si trova facilmente). O forse perché il sangue ha abbandonato il cervello ed è andato a vivere giù dal pisello? Oppure, come ci auguriamo qui ai laboratori K, ci sono spiegazioni squisitamente scientifiche che al momento ci sfuggono? Eh?

 

Per la dottoressa Kurolopy: Rossella Calabrò

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Il senso dell’opossum per il greve

Opossum sapiens, nonostante le gravi tare di cui è afflitto, dispone di un senso in più: il senso del peso.

Del peso altrui, per la precisione.

Ci racconta la dottoressa Kurolopy, in vena di aneddoti personali: “Ai miei tempi, quando ero una giovane e spregiudicata opossumessa, mi congiunsi carnalmente con svariati esemplari di opossum sapiens in cattività, tutti diversi tra loro per colore del pelo, carattere, dimensioni della coda anteriore eccetera, ma la costante che li accomunava tutti era il maledetto senso del peso.”

“Cosa intende, dottoressa, con senso del peso?” chiede l’intervistatrice.

“Intendo che i paraculidi hanno tutti, indistintamente, una bilancia innestata nelle pupille”.

“Oddìo, che impressione, dottoressa. Anzi, che schifo.”

“Non si lasci spaventare, signorina: con la nanotecnologia al giorno d’oggi si fan miracoli. La nano-bilancia, collegata a un nano-scanner e ad altri nano-strumenti elettronici giga-sofisticati, è in grado di leggere le minime variazioni del peso altrui. Rivela, per esempio, in tempo reale, l’annidamento di un muffin al cioccolato sulla parte superiore delle cosce, ancora prima che detto muffin sia stato correttamente metabolizzato.”

“Maddài?”

“Massì, signorina bella. Lo vede quel vassoio di vol-au-vent ai wurstel e quel Bloody Mary che lei mi sta, con rispetto parlando, grufolando senza pudore? Ecco, persino se ora fosse intabarrata, chessò, in una tenuta da spedizione polare, l’opossum in questione, bzzzzz, bzzzzz, scansionerebbe la sua silhouette con gli infrarossi e dichiarerebbe, candido ma inesorabile: Amore, scusa, ma non è che sei ingrassata di 0,7 grammi, ultimamente?

“E com’è, dottore’, che quando vado per esempio dal parrucchiere l’opy non si accorge di niente?”

Ingenua donnola. Forse che il paraculide le guarda la testa, quando lei si china a raccogliere una saponetta? Forse che dice agli amici: Quella lì c’ha una quarta di capelli? Eddai, su, la smetta di vederli come esseri umani, non me li antropomorfizzi.”

“Quindi devo mollare i vol-au-vent coi wurstel?”

“No. Molli il paraculide”.

 

 

Per la dottoressa Kurolopy: Rossella Calabrò

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“Se non puoi mangiarlo né scoparlo…”

uest’oggi la nostra dottoressa Kurolopy, in vena di nuovi esperimenti, ha sottoposto un branco di Opossum sapiens a un semplice eppure eloquente test.

L’antefatto: l’opy che la Kurolopy tiene in cattività da parecchi anni ha programmato una cena con diciotto altri esemplari di paraculidi, tutti maschi veraci, nella pizzeria sotto la tana della Kuro. E, dato che per una volta la situazione è perfettamente innocente, il legittimo opy le chiede, galante, di scendere un secondo nel locale per un saluto veloce, in modo che lui possa presentarla con orgoglio ai suoi amici opossum.

La vanità è femmina, la Kurolopy anche, e, insomma, l’esimia accetta.

Toc toc, fa sul vetro della pizzeria, con aria sciampagnona.

I diciotto paraculidi diciotto si voltano verso di lei all’unisono, col testosterone che muove i muscoli del collo – e non solo – alla vista di una femmina umana.

Poi un esemplare di opossum particolarmente ciarliero dichiara a gran voce: “E’  la moglie dell’opy X.”

Patapùm. Il testosterone precipita, le teste – e non solo – si abbassano sui piatti, e tutto il branco torna immantinente all’occupazione principale: fare entrare la maggior quantità di cibo e alcol nei corpi pelosi, in modo da garantirsi, più tardi, un ritorno alle rispettive tane con passo incerto e rutto certo.

La Kurolopy tenta di ingaggiare una micro-conversazione col branco, che però, disponendo di fauci singole, le utilizza senza indugio per corteggiare la pizza alle cozze, che almeno non è la moglie di nessuno.

Ma la scienziata è assetata di sapere, e così, sottoponendoli a un ulteriore esperimento, dichiara garrula: “Tra poco arriva una mia amica”. Non è vero, se l’è inventato lì per lì, è solo per osservare la reazione chimica nel branco. E’ una mutazione genetica istantanea e multipla: pof, un raviolo alla zucca si trasforma in cocchio, (ho detto cocchio, con la o), pof, un paio di topi che sgavazzavano in cucina diventano destrieri, pof, il cane del pizzaiolo si trasmuta in cocchiere, e manca oltretutto ancora un sacco a mezzanotte. Inoltre, la conversazione – e non solo – magicamente si impenna.

La Kurolopy allora, prendendo appunti da trasmettere l’indomani al suo team di studiosi, saluta educatamente e abbandona a passo veloce il branco di paraculidi, pensando a una frase di Paul Auster che, parlando della filosofia di vita dei cani, recita: “Se non puoi mangiarlo né scoparlo, pisciaci sopra”. E allora: viaaaaa, Kurolopy, più veloce della luce.

 

Per la dottoressa Kurolopy: Rossella Calabrò

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Ah, scella! E se non ti depilassi?

’esemplare di Opossum sapiens che per un periodo la Kurolopy tenne in cattività, aveva una caratteristica che rese la nostra esimia scienziata alquanto impopolare nelle spiagge, negli hammam e nei centri estetici: l’amato paraculide ci teneva che lei non si depilasse mai le ascelle. Novello seguace di Tinto Brass, ello riteneva che l’ascella pelosa fosse il preludio a ben altro e più consistente pelo. E questo lo rendeva felice, seppur ingabbiato in una convivenza in tana unica che, per i sapiens, è alquanto innaturale. Ma il richiamo dell’ascella – ah, scella! – lo stordiva fino a renderlo mansueto.  Ogni scusa era buona per sbirciare, lascivo, mentre la compagna, chessò, alzava una tapparella o si grattava un orecchio, con conseguente esposizione del pelo ascellare.

Le vacanze al mare erano un calvario, le ascelle calve imperversavano, ma l’opossum sapeva che, volgendo lo sguardo verso l’amata, l’avrebbe trovata, unica in tutta la spiaggia, incolta, pelosa, ruggente.  Una piccola foresta privata dove abbandonarsi alle più turpi fantasie, dove i rasoi e le cerette erano banditi, e dove il pelo peleggiava senza pudore.

Ma la vita sociale della Kurolopy era un inferno. Le donne, i bambini, persino gli animali inorridivano davanti a quella pelosità. Un bambino disse a sua madre: mamma, mamma, guarda, quella signora ha un topo sotto il braccio, possiamo tenerlo? E un cane, per non saper né leggere né scrivere, le pisciò sulle ascelle.

Solo alcuni maturi opossum, che avevano passato parecchie serate a trastullarsi la coda anteriore con i film di Tinto Brass, la guardavano con una certa cupidigia, ma stavano ben attenti a non farsi sgamare dagli altri.

Ora, la domanda che la nostra Kurolopy ci pone è la seguente: fino a che punto possiamo accontentare le fantasie sessuali dei nostri opossum? Qual è il confine tra la nostra ascella e l’altrui ridarella?

Armatevi di tastiera e ceretta, e rispondete, prodi opossumesse. O belle donnole.

 

 

Per la dottoressa Kurolopy: Rossella Calabrò

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Dimmi che capelli hai e ti dirò chi sei

appiamo che, per le femmine della specie umana, i capelli sono una vera e propria ossessione. E sappiamo anche che, chi nasce con i capelli del solito castano-topo (il colore più diffuso nella nostra penisola) non avrà pace finché non li avrà resi inequivocabilmente biondissimi, o rossissimi o nerissimi. Poi sappiamo (ma quante ne sappiamo?) che chi nasce con i capelli ondulati ma non troppo, insomma quella forma insopportabile (e la più diffusa nella nostra penisola) per cui non sono né lisci né ricci, tenderà a renderli inequivocabilmente liscissimi o riccissimi attraverso manovre drastiche che vanno dall’impiegare prodotti che la Nasa se li sogna, fino a usare Coccolino e ferro da stiro, non a vapore che sennò s’increspano.

Quello che non sappiamo, o meglio che sappiamo solo oggi grazie agli studi del team scientifico Kurolopy, è che l’Opossum sapiens guarda i capelli femminili da una prospettiva molto diversa dalla nostra, e decisamente poco ortodossa.

Spiega la dottoressa Kurolopy: “Per l’opossum, i capelli rappresentano unicamente una sorta di trailer di quello che accade più in basso. Insomma, è come se l’opy si immaginasse, guardando la nostra chioma fluente, che un piccolo toupé dei nostri capelli scivoli giù, giù, giù, fino a incagliarsi di netto tra le mutande.”
Questa visione pubocentrica della vita mette forse in cattiva luce i nostri amati paraculidi, ma ci piace asserire che non è colpa loro: nella stagione degli amori, che per gli Opossum sapiens dura trecentosessantacinque giorni all’anno, l’attenzione è focalizzata sulla possibilità di riprodursi, cosa che avviene (o non avviene) proprio nella zona pellicciosa del pube. E lì, ai paraculidi piace sapere cosa andranno a fecondare.

Sarà un pube biondo-oro come promette l’inutile pelliccia sul cranio? Un pube rosso-fuoco, che s’incendia vieppiù al cospetto della grande torcia? Un pube nero e intricato da affrontare col machete? O magari un pube semi-depilato in versione L’Ultimo dei Mohicani? Son cose che è meglio sapere. Perché, se il pube è mohicano, occorrerà approcciarlo con magari un copricapo piumato, mentre, se il pube è di un biondo angelico (cosa che accade raramente, nonostante il trailer dei capelli platinati), sarà bene approcciarlo con un buon repertorio di canzoncine natalizie.

Insomma, care lettrici, ricordatevi che, se gli occhi sono lo specchio dell’anima, per l’opossum i capelli sono lo specchio del pube. Non so se sia il caso di comunicarlo al vostro parrucchiere, ma almeno ora lo sapete.

 

Per la dottoressa Kurolopy: Rossella Calabrò

 

 

 

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Uomini che girano le frittate

 

ualunque Opossum sapiens, anche il più negato in cucina, mostra un’abilità straordinaria in almeno una performance culinaria. E, no, non stiamo alludendo, maliziose lettrici, a quelle commistioni tra cibo e sesso che a volte accompagnano la vita di coppia. No, no: vi assicuro che non stiamo parlando di miele spalmato laddove i raggi del sole faticano ad arrivare, né vagheggiamo di panna – o di farro e rucola per i più salutisti - che invitano ad approfittare dell’intimo desco.

Qui stiamo parlando di frittate.

Quelle che il nostro paraculide di fiducia sa girare con una disinvoltura celestiale.

Con un destro movimento di polso, tac, l’opossum imprime alla padella un movimento divino, tra il sussultorio e l’ondulatorio e, ta-tlac, il frutto di un paio di galline ovaiole volteggia armonioso nell’aere, fino ad atterrare, con la precisione di una sonda su Marte, esattamente nel centro della padella.

Ma, ci fa notare l’esimia Dottoressa Kurolopy, questa frittata è esclusivamente simbolica. Ovvero, non è che l’opy si metta a spignattare tutto contento, agitando la coda festoso, per alleggerirci del carico quotidiano di frittate, cotolette, pastasciutte e minestroni da portare in tavola. Ennò. L’opy, degno rappresentante della famiglia dei paraculidi, la frittata immaginaria la gira solo quando sa di avere torto marcio.

Estrapoliamo ora dal possente archivio della Kurolopy un esempio, a dimostrazione di quanto enunciato.

Opossumessa: Opy, mi spieghi per quale motivo ogni sera mentre guardi la tele attacchi le caccole sotto al divano?

Opy (mentre indossa il grembiule da chef): la vuoi sapere, la verità? La vera-vera-vera verità? Eh? (Intanto il paraculide prende tempo, facendo rutilare i neuroni insieme alla frittata).

Opossumessa: eh, dimmela, ‘sta vera-vera-vera verità. Son proprio curiosa, guarda.

Opy: oooooocchèi, l’hai voluto tu. Bene, eccoti qua la vera-vera-vera verità, servita su un piatto (una padella, NdA) d’argento: proprio tu, cara la mia opossumessa, che ti interessi tanto di psicologia e tutte quelle puttanate lì, dovresti sapere che, se un uomo passa le sere sul divano è, mediamente, per un primordiale bisogno di tornare nell’utero, dove tutto è morbido e senza conflitti.  E questo già dovrebbe farti riflettere sul tuo ruolo di femmina, incapace di sostituire degnamente la figura materna, ma non voglio infierire, che oltretutto ultimamente sei anche ingrassata quindi hai già i tuoi bei problemi. Dicevamo: l’utero. Ecco, sì, uhmmm. Quindi, siccome un pover’opy è costretto, causa inadeguatezza della compagna di tana, a inglobarsi nel divano-utero, ecco che viene preso da una comprensibile regressione che lo porta a infilarsi, in cerca di sicurezza, un dito in bocca o, siccome c’è buio, nel naso. Lì, agitando l’indice come farebbe la sua compagna in segno di rimprovero, l’opossum incontra le sue caccole. E, in un impeto di sana ribellione all’autorità, espelle le caccole a una a una, appiccicandole poi sul divano, come trofei che rappresentano la sua crescita ed evoluzione personale, per la memoria dei posteri.

Opossumessa: ahà, insomma, sarebbe colpa mia se tu mi scaccoli schifosamente tutto il divano???

Opy: ovvio. Ma non ti preoccupare, anche sei sei grassa e inetta ti amo lo stesso. E se mi chiedi scusa sono disposto a perdonarti. Anzi, senti, uhmm, c’è mica della panna in frigo, tante volte?

 

Per la dottoressa Kurolopy: Rossella Calabrò

 

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The shoe must go on

apete qual è il complemento d’arredo che più terrorizza un Opossum sapiens, mandando in corto circuito i suoi neuroni e facendolo ululare sommessamente, attonito come un dinosauro davanti al meteorite infuocato che lo estinguerà?

La scarpiera. (La nostra).

Davanti al monolite che si erge imponente, egli si accuccia a terra in un afflato di reverenza primordiale e poi, alzando gli occhi dalle pupille dilatate, ci chiede, in un soffio:

‘cazzotenefaidituttequellescarpe?

E lì, in quel momento topico, a nulla servono i dosaggi ormonali, la conta dei peli, la pipì da seduti o da in piedi. La diversificazione dei sessi, davanti a una scarpiera, esplode in tutta la sua evidenza.

 

Il pover’opy non può capire che, per esempio, se una dice stivali, dice contemporaneamente: con tacco alto, con tacco basso, con zeppa, a tronchetto, sopra il ginocchio, sportivi, eleganti, classici, trendy, e poi declina tutto questo per almeno una decina di colori e di materiali diversi.

Per lui esistono solo due tipi di stivali: quelli comodi, e quelli da zoccola.

E le ballerine, qui intese non come agili meretrici, ma come scarpette basse e leziose? Chi glielo va a spiegare, all’opossum, che di ballerine ce ne vogliono minimo minimo tante quante sono i colori dell’arcobaleno? E come coinvolgerlo in quell’estasi artistica che ci prende quando le rimiriamo tutte insieme, rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto? Lui, il pragmatico paraculide, in fondo all’arcobaleno cerca la pentola piena d’oro, mentre noi, la pentola, l’abbiamo prontamente trasformata in scarpe.

 

Gli studi della nostra dottoressa Kurolopy sostengono che, per la fobia della scarpiera, ci sia ben poco da fare. Il risultato più soddisfacente, dopo anni di terapia, può comportare che l’opy, se in fase di pre-accoppiamento (altrimenti scordatevelo) sostituisca il vocalizzo: ‘cazzotenefaidituttequellescarpe?

con un più interlocutorio:

cazzolemettiamotuttequellescarpe?

Ma la sostanza non cambia. Se una cosa non è utile, ma solo dilettevole, all’opossum sfugge il senso.

 

Per la dottoressa Kurolopy: Rossella Calabrò

 

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T’amo, pio box

a ricerca di una tana adeguata, per l’Opossum sapiens, spesso passa da una parolina magica, un breve vocalizzo di tre lettere che il marsupiale pronuncia atteggiando le fauci ad angioletto del coro.

La parolina è: box.

Mentre la sua compagna uggiola per esempio davanti a tane con bagni piastrellati in materiale post anni Settanta, ovvero esenti da quelle temibili piastrelle a cerchi arancioni e marroni in rilievo, l’opy può accontentarsi di un tugurio, purché dotato di box.

Un box dove il paraculide difficilmente custodisce l’auto, bensì dove più sovente ospita con amore mountain bike, moto, e tutta una ferraglia varia ed eventuale con la quale zampetta appena può.

L’ordine, che nella tana coniugale egli non mantiene al grido di “sono fatto così” (con la variante “lavoro tutto il giorno, cazzovuoi”), nel box è stellare. Ogni chiave inglese è appesa per misura e preferenze sul pudding, ogni cacciavite a stella splende di luce propria, ogni bolla è dotata di bagnoschiuma personale, ogni sega vabbe’.

Non solo. Il box presenta un ulteriore, mirabolante vantaggio: non c’è campo.  A nulla valgono i tentativi dell’opossumessa, che chiama il compagno col cellulare per chiedergli di accompagnare i cuccioli alla partita, al saggio, dalla nonna. “Ehhhhh? Amo, non sento, non c’è campo” è il vocalizzo che l’Opossum sapiens emette, con un tono oltretutto piuttosto seccato, non tanto per il campo mancante, quanto per la brugola che lo sta aspettando fremente.

Nel malaugurato caso in cui il box invece abbia campo, niente paura: un breve corso di recitazione per paraculidi farà ottenere all’opy comunque l’impunità e l’irraggiungibilità, tramite il vocalizzo onomatopeico: “Ehh..bzzz…?Amo, non sen…bzz…to,  non c’è cam…bzzz…po”.

Aggiunge la dottoressa Kurolopy, che da decenni si dedica allo studio etologico degli opossum in cattività: “Non preoccupatevi al pensiero che il vostro marsupiale possa portare qualche altra femmina nel box per accoppiarsi illegalmente. Studi scientifici hanno dimostrato che, perlomeno dopo i quaranta, tira più una brugola che una fregola.”

 

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