Bye bye, opy

 

La dottoressa Kurolopy e tutta l’équipe di studiosi di opossumologia comparata vi augurano buonissime vacanze. E colgono l’occasione per comunicarvi che il blog Opossum sapiens, da perfetto rappresentante della specie dei paraculidi qual è, si fingerà morto per un po’ di tempo. Ma ormai sapete che non bisogna mai prenderlo sul serio.

 

Durante la sua assenza, se non l’avete ancora fatto, potete leggere l’ebook “Perché le donne sposano gli opossum?”.

http://www.bookrepublic.it/book/9788897669036-perche-le-donne-sposano-gli-opossum/

 

 

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Brico, dolce Brico: una storia vera

 

“Opy, avremmo proprio bisogno di mettere un po’ a posto la nostra tana, comprare due cosine, anche solo un paio di cuscini colorati, le tende nuove, cose così”.
“Naaaaa, amore, non è il momento. Siamo al verde. Anzi, guarda, non me le dire nemmeno queste cose, che mi metti a disagio”.
“Occhèi, opino, tranquillo, aspettiamo quando avremo qualche euro in più, dai”.

La dottoressa Kurolopy ci riporta un dialogo classico tra un’opossumessa desiderosa di rendere un po’ più accogliente la tana e il suo opossum convivente che invece, come si dice nell’habitat dei paraculidi del Sud, manco p’a capa. (Ci sarebbe anche la versione manco p’u cazz, ma è troppo volgare e non la riportiamo assolutamente per non ferire la vostra sensibilità).

Fin qui, il dialogo non rappresenterebbe niente di nuovo. Ma ecco che vi riportiamo un accadimento occorso alla Kurolopy in persona, qualche settimana fa, dopo aver anche lei sperimentato la sopracitata conversazione.

Armata di un misero e rosicato budget di 20 euro, la nostra povera ma orgogliosa Kuro una domenica pomeriggio si dirige verso il Brico con l’obbiettivo di imbiancare un paio di pareti pensando che, laddove non può il denaro, può il sudore della sua fronte. Se mancano i soldi, occorre ingegnarsi. E la Kurolopy non è certo tipo da tirarsi indietro se c’è da far fatica, soprattutto quando è in pieno premestruo ed è totalmente tarantolata sulla questione dell’abbellimento della tana.
Sceglie con parsimonia le vernici più tossiche e aggiunge mestamente nel carrello due pennelli di pelo di culo di puzzola (economicissimi). Poi si dirige con dignità, a testa alta nonostante lo squallore dei suoi acquisti, verso l’unica cassa aperta. La coda è lentissima, intasata da un cliente che ha un carrello pieno zeppo di roba. La Kuro, per passare il tempo, ne esamina il contenuto: due avvitatori (due???), una miriade di viti e tasselli da smontare e rimontare la Tour Eiffel, e tutta un’altra serie di aggeggi infernali e costosissimi che, si sa, gli opossum adorano avere a portata di mano nel loro box. Compreso un banco da lavoro che farebbe invidia a Mastro Geppetto. Eh, ‘sti opy, c’hanno la fissa del box, pensa intenerita la Kuro, e quasi sta per rubare un avvitatore dal carrello per portarlo al suo opossum intristito dalle ristrettezze economiche.
La cassiera continua a occuparsi dei codici a barre della costosa merce sul carrello, mentre il cliente è in giro per i corridoi del Brico a comprare le ultime cose, tra cui una mola, una fresatrice, un compressore, un manometro, una rivettatrice, un tagliatubi e per finire in bellezza uno smagliacatene e un intagliagomme. Poi, finalmente, con la carta di credito tra i denti, il cliente si palesa.
“Opy! ‘Cazzo ci fai tu qui?”

Sapessi com’è strano, incontrarsi al Brico di Milanoooooo…

 

Per la dottoressa Kurolopy: Rossella Calabrò

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L’opossum, la tivù e il cerume psicosomatico

 

La natura ha dotato l’opossum sapiens di un sistema uditivo perfettamente funzionante. Timpani, padiglioni, e tutti gli ossicini correlati (incudine, martello, staffa) sono di buona qualità. Certo, qualche esemplare alquanto fricchettone presenta dei fori sui lobi, che però non inficiano la funzionalità dell’orecchio: al massimo gli provocano qualche problema ai colloqui di lavoro, ma niente di più.

E allora, si chiede la dottoressa Kurolopy esimia opossumologa, perché le tacche del volume del suo televisore devono essere numerose come le zampe di un millepiedi? Perché, soprattutto quando l’opy guarda horror di quarta categoria tutti urli e squartamenti, film di guerra dove ci si bombarda a suon di decibel, stronzate pulp tutte effetti speciali, per non parlare delle partite di calcio, il paraculide spara il volume al massimo? Perché, pur stazionando su un divano che dista cinquanta centimetri dall’apparecchio televisivo, il fottuto marsupiale, alla richiesta “Abbassaaaaaaaaaa” deve urlare: “Non possooooooooo”?

Che appartenga alla specie dei paraculidi, lo sappiamo. Ma, non dà fastidio anche a lui rintronarsi come un fagiano in discoteca? Che bisogno c’è di tenere il volume così alto? Anche i vicini di casa possiedono un televisore, quindi non si tratta di condividere, in un gesto di insospettata filantropia, il proprio benessere con i meno abbienti.

Insomma, perché mai l’opossum, anche se magari è un esemplare giovane e dal pelo lucido, si comporta come un vecchietto sordo e rompicoglioni?

La Kurolopy suggerisce un’ipotesi: quella del cerume psicosomatico, ovvero la vecchia cara rimozione della realtà. Più il volume è alto, più l’opy si isola dal resto del mondo, e può opossumarsi in un pianeta tutto suo, popolato da amabili pixel che fanno solo bang bang, tromb tromb, gnam gnam, vrooom vrooom. A cui lui risponde talvolta con qualche laconico e impunito prot.

 

 

Per la dottoressa Kurolopy: Rossella Calabrò

 

 

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Opossum hot-line

 

La telefonata erotica può essere un modo interessante per fare sesso a distanza, a patto che entrambi gli amanti apprezzino il genere e abbiano una vaga idea di come si conduce il gioco.

Precisa infatti la nostra esimia scienziata Kurolopy: “Abbiamo scoperto che alcuni esemplari, sia maschili che femminili, sono assolutamente refrattari alla telefonata erotica e mandano, come diciamo qui ai laboratori Opy-Lab, tutto in vacca con la loro conversazione non idonea. A questo proposito, vi informiamo che noi scienziati abbiamo applicato delle cimici ai telefoni delle nostre cavie, per potervi poi fornire l’intercettazione delle telefonate e permettervi di valutarle. Eccovi quindi lo sbobinamento di una conversazione erotica tra un opossum in calore e un esemplare di femmina totalmente refrattaria.

E, ehmmm, risulta che non sia sempre colpa degli opossum, se le cose di coppia vanno un po’ così-così.

 

Opossum: “Mmm, amore, dimmi, come sei vestita in questo momento?”

Lei: “Eh, amo, c’ho su la felpa, che oggi fa un freddo bestia.”

Opossum: “Mhmmm, ma guarda bene, che secondo me, invece della felpa, tu hai addosso solo una camicia di seta e il reggicalze. Vero?”

Lei: “Ma no, lo saprò come son vestita, ciumbia. Felpa e anda.”

Opossum: “(Sgrunt) Occhèi. Allora ascoltami bene, sotto la felpa sei nuda, verooo?”

Lei: “Ma va là, sotto c’ho la maglietta che mi han dato l’anno scorso alla Sagra della Polenta, veh. Quella con su stampato il paiolo d’oro.”

Opossum: “Vabbe’, lasciamo perdere l’abbigliamento. Piuttosto, baby, cos’hai fatto, alla Sagra della Polenta? Mhm? Hai fatto la porcellina con qualcuno? Eh? Dai, raccontami tutto-tutto-tutto.”

Lei: “Seee, quale porcellina. Ho passato la sera a star dietro al bambino della Mery – quello sì che è un porcellino – pensa te che ha vomitato in macchina e io giù a pulire. Una puzza che non ti dico.”

Opossum: “Ecco, sì, non mi dire, honey. E, ascoltami, sweetie, adesso non è che potresti dirmi qualcosa di carino, così ci divertiamo un po’ insieme, ehhhhh?”

Lei: “’Scolta, questa è divertente: allora, ci sono un italiano, un francese e un tedesco…”

 

Le nostre cimici qui hanno registrato un rumore tipo di nodo scorsoio, e il tac di uno sgabello che viene scalciato via dall’opossum ivi salitovi e testé impiccatovi.

 

E voi, con le telefonate erotiche, come ve la cavate?

 

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Opossum al Salone del Libro di Torino

 

La dottoressa Kurolopy, esimia studiosa di opossumologia comparata, è lieta di annunciarvi che la sua diletta agiografa e scrittrice Rossella Calabrò sarà presente al Salone del Libro di Torino venerdì 11 maggio, alle 14, per diffondere la nuova, rivoluzionaria teoria dell’evoluzione della specie, secondo la quale l’uomo (maschio) non discende dalle scimmie, bensì dall’opossum.

Venghino, siori e siori, venghino a Torino. Ché gianduiotto fu il libro, e chi lo scrisse.

 

“Perché le donne sposano gli opossum?” Padiglione 2, stand J145 di Emma Books.

http://www.emmabooks.com/?s=rossella+calabrò&x=0&y=0&lang=it

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Il debutto del rutto

 

ll’inizio della vita in cattività, l’Opossum sapiens ha il pieno controllo dei suoi orifizi: appare come un animalino pulito, educato, che sporca solo nella sua lettiera, e che non emette alcun suono se non qualche lieve grugnito in segno di apprezzamento del cibo, o del folto pelo dell’opossumessa.

Ma le severe ricerche del team scientifico Kurolopy hanno rilevato che, nel novantanove per cento dei casi, dopo un annetto in cattività al marsupiale accadono fatti inspiegabili.

Un esempio per tutti? Preso da una sete inestinguibile di cultura, inizia a esercitarsi nella pronuncia dell’alfabeto. Le ventuno lettere vengono accuratamente recitate, come una dolce nenia, dopo ogni santo pasto.

Il problema è che l’opy le recita ruttando. Aaarp, Buuurp, Cuuurp, Duuurp, Eeeeurp, Ffffffùrpete, (la effe fa eccezione), Gluuurp, Hhhhurp (questo è anche dotato di odorama), Iiiiurp, Llluuurp, Muuuuuuurp (qui mette i due indici sul capo imitando le corna di un toro) e così via fino allo Zzzzuurp conclusivo che prevede una zeta di Zorro che, grazie all’aria compressa, si materializza con uno strappo sulla tovaglia.

Ora, l’alfabeto coi rutti, ci rendiamo conto, è un caposaldo dell’essenza maschile, un traguardo ambito che solo pochi eletti sanno raggiungere dopo anni e anni di rigoroso esercizio. Ci risulta anzi che, in alcuni centri di arti marziali, siti nella cittadina di Freeburpo, insegnino a formare intere frasi assemblando le ventuno lettere ruttate.

Ma, davanti all’espressione devastata delle proprie compagne, gli Opossum ruttans che fanno? Rispondono che trattenere i rutti fa male al pancino. E, i più virtuosi, pronunciano pancino come hanno imparato a Freeburpo o anche guardando, col sistema listen and repeat, L’Esorcista. Altri, i più paraculidi, iniziano a saltellare intorno all’amata pigolando innocui e scherzosi e bambineschi Prub! Prub! che poi registrano e mandano in onda al contrario, come quando parla il diavolo.

Superato il primo anno in cattività, l’opossum aggiunge un’ulteriore variante al suo rutto sapiens: il ruttus insufflatus. Ovvero, dopo abbondante libagione di birra e assunzione coatta di salame con l’aglio, il nostro rutta, sì, come di consueto, ma poi, come se soffiasse sull’argilla per renderla viva, ammazza gli astanti col suo soffio mortifero. Burp, fffffffffffff.

Questa variante è particolarmente deleteria, e il team scientifico della dottoressa Kurolopy sta tentando di isolarne il principio attivo per una certa commercializzazione illecita di scrostatori per wc.  (Del resto, se i finanziamenti per la ricerca scarseggiano, ci si arrangia come si può).

 

Per la dottoressa Kurolopy: Rossella Calabrò


N.B. Al Salone del Libro di Torino, venerdì 11 maggio alle 14, Rossella Calabrò parlerà di opossum per Emma Books.

http://www.emmabooks.com/?s=rossella+calabrò&x=0&y=0&lang=it

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“Quando una donna dice no, vuol dire forse”. Seeeee

 

l luogo: la vasta sala di un ristorante. L’occasione: un matrimonio. I partecipanti: un centinaio di invitati. Il soggetto da studiare: un opossum in veste di fotografo ufficiale. L’esca (suo malgrado): l’esimia opossumologa dottoressa Kurolopy.

Inquadratura della sala, dall’alto: molti tavoli festosamente imbanditi dove i commensali, tra cui un piccolo plotone di neonati, starnazzano e scagazzano allegramente, i primi per eccesso di alcol, i secondi per eccesso di caseina.

Stacco. Panoramica sull’esterno: siamo in un agriturismo. Primo piano su una decina di dolcissimi maialini e relativi umani che dicono cariiini. Controcampo sulla piccola costruzione di fronte che reca la scritta “Macello”. Dissolvenza (o velo pietoso). La macchina da presa ora indugia sulle fette di salame che grandi e piccini stanno divorando come ossessi. La scena verrà cancellata perché, se la Kurolopy è vegetariana, sono un po’ cazzi suoi.

Quindi, bando alle ciance, ed entriamo nel pieno dell’esperimento. La dottoressa-esca siede a un tavolo accanto al suo legittimo opossum, un esemplare ben tenuto di paraculide, col pelo ancora lucido e le vibrisse ben tese. Ora però il legittimo abbandona un attimo la postazione Kurolopy, per fare un giro dei tavoli. La Kuro invece, pigra e orsa, se ne sta lì al suo posto a pensare ai maialini. E, a questo proposito, ecco che, oink, le si siede accanto l’opossum fotografo: un esemplare di paraculide abbastanza in forma che, nascondendo il codino a cavaturaccioli sotto la giacca, le mostra la foto che le ha appena scattato. Poi aggiunge, con un vocalizzo roco e un lieve retrogusto di salumeria: “Verrebbe da me in studio (oink) per farsi fotografare con calma?” “No, grazie”, fa la dottoressa con un sorriso siberiano. Fuiiiiiiii, fischia la bufera e al fotografo si ghiacciano i baffi. Eppure il paraculide, per niente raffreddato, insiste, fa gli occhi da triglia (Findus), batte le zampe come un tricheco, si fa rotolare una palla colorata sul naso, finché la Kuro gli dice, continuando ostentatamente a dargli un ibernato lei: “Ma lo sa che lei è seduto prooooprio sulla sedia di mio marito?”. Che sarebbe un modo light per dire: A) sono sposata, B) mio marito torna e ti fa un culo così, C) non c’è trippa per gatti, né per opy.

E qui, l’esperimento si rivela nella sua frustrante complessità. Contrariamente alle previsioni dell’esimia opossumologa, il paraculide non si scompone. Zero, non fa un plissé. Come se non avesse sentito il messaggio di rifiuto.

Ora, la domanda che il team Kurolopy si pone accorato e sinceramente confuso è la seguente: ma se a un opossum viene timbrato sul grugno che una femmina non ha intenzione di accoppiarsi con lui, perché insiste? Forse perché bisogna dirglielo pestandogli un mattarello in testa per aprirgli le sinapsi? Forse perché bisogna chiudergli le dita in una portiera, anche in mancanza della portiera? (Se mancano le dita, invece, una soluzione alternativa si trova facilmente). O forse perché il sangue ha abbandonato il cervello ed è andato a vivere giù dal pisello? Oppure, come ci auguriamo qui ai laboratori K, ci sono spiegazioni squisitamente scientifiche che al momento ci sfuggono? Eh?

 

Per la dottoressa Kurolopy: Rossella Calabrò

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Il senso dell’opossum per il greve

Opossum sapiens, nonostante le gravi tare di cui è afflitto, dispone di un senso in più: il senso del peso.

Del peso altrui, per la precisione.

Ci racconta la dottoressa Kurolopy, in vena di aneddoti personali: “Ai miei tempi, quando ero una giovane e spregiudicata opossumessa, mi congiunsi carnalmente con svariati esemplari di opossum sapiens in cattività, tutti diversi tra loro per colore del pelo, carattere, dimensioni della coda anteriore eccetera, ma la costante che li accomunava tutti era il maledetto senso del peso.”

“Cosa intende, dottoressa, con senso del peso?” chiede l’intervistatrice.

“Intendo che i paraculidi hanno tutti, indistintamente, una bilancia innestata nelle pupille”.

“Oddìo, che impressione, dottoressa. Anzi, che schifo.”

“Non si lasci spaventare, signorina: con la nanotecnologia al giorno d’oggi si fan miracoli. La nano-bilancia, collegata a un nano-scanner e ad altri nano-strumenti elettronici giga-sofisticati, è in grado di leggere le minime variazioni del peso altrui. Rivela, per esempio, in tempo reale, l’annidamento di un muffin al cioccolato sulla parte superiore delle cosce, ancora prima che detto muffin sia stato correttamente metabolizzato.”

“Maddài?”

“Massì, signorina bella. Lo vede quel vassoio di vol-au-vent ai wurstel e quel Bloody Mary che lei mi sta, con rispetto parlando, grufolando senza pudore? Ecco, persino se ora fosse intabarrata, chessò, in una tenuta da spedizione polare, l’opossum in questione, bzzzzz, bzzzzz, scansionerebbe la sua silhouette con gli infrarossi e dichiarerebbe, candido ma inesorabile: Amore, scusa, ma non è che sei ingrassata di 0,7 grammi, ultimamente?

“E com’è, dottore’, che quando vado per esempio dal parrucchiere l’opy non si accorge di niente?”

Ingenua donnola. Forse che il paraculide le guarda la testa, quando lei si china a raccogliere una saponetta? Forse che dice agli amici: Quella lì c’ha una quarta di capelli? Eddai, su, la smetta di vederli come esseri umani, non me li antropomorfizzi.”

“Quindi devo mollare i vol-au-vent coi wurstel?”

“No. Molli il paraculide”.

 

 

Per la dottoressa Kurolopy: Rossella Calabrò

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“Se non puoi mangiarlo né scoparlo…”

uest’oggi la nostra dottoressa Kurolopy, in vena di nuovi esperimenti, ha sottoposto un branco di Opossum sapiens a un semplice eppure eloquente test.

L’antefatto: l’opy che la Kurolopy tiene in cattività da parecchi anni ha programmato una cena con diciotto altri esemplari di paraculidi, tutti maschi veraci, nella pizzeria sotto la tana della Kuro. E, dato che per una volta la situazione è perfettamente innocente, il legittimo opy le chiede, galante, di scendere un secondo nel locale per un saluto veloce, in modo che lui possa presentarla con orgoglio ai suoi amici opossum.

La vanità è femmina, la Kurolopy anche, e, insomma, l’esimia accetta.

Toc toc, fa sul vetro della pizzeria, con aria sciampagnona.

I diciotto paraculidi diciotto si voltano verso di lei all’unisono, col testosterone che muove i muscoli del collo – e non solo – alla vista di una femmina umana.

Poi un esemplare di opossum particolarmente ciarliero dichiara a gran voce: “E’  la moglie dell’opy X.”

Patapùm. Il testosterone precipita, le teste – e non solo – si abbassano sui piatti, e tutto il branco torna immantinente all’occupazione principale: fare entrare la maggior quantità di cibo e alcol nei corpi pelosi, in modo da garantirsi, più tardi, un ritorno alle rispettive tane con passo incerto e rutto certo.

La Kurolopy tenta di ingaggiare una micro-conversazione col branco, che però, disponendo di fauci singole, le utilizza senza indugio per corteggiare la pizza alle cozze, che almeno non è la moglie di nessuno.

Ma la scienziata è assetata di sapere, e così, sottoponendoli a un ulteriore esperimento, dichiara garrula: “Tra poco arriva una mia amica”. Non è vero, se l’è inventato lì per lì, è solo per osservare la reazione chimica nel branco. E’ una mutazione genetica istantanea e multipla: pof, un raviolo alla zucca si trasforma in cocchio, (ho detto cocchio, con la o), pof, un paio di topi che sgavazzavano in cucina diventano destrieri, pof, il cane del pizzaiolo si trasmuta in cocchiere, e manca oltretutto ancora un sacco a mezzanotte. Inoltre, la conversazione – e non solo – magicamente si impenna.

La Kurolopy allora, prendendo appunti da trasmettere l’indomani al suo team di studiosi, saluta educatamente e abbandona a passo veloce il branco di paraculidi, pensando a una frase di Paul Auster che, parlando della filosofia di vita dei cani, recita: “Se non puoi mangiarlo né scoparlo, pisciaci sopra”. E allora: viaaaaa, Kurolopy, più veloce della luce.

 

Per la dottoressa Kurolopy: Rossella Calabrò

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Ah, scella! E se non ti depilassi?

’esemplare di Opossum sapiens che per un periodo la Kurolopy tenne in cattività, aveva una caratteristica che rese la nostra esimia scienziata alquanto impopolare nelle spiagge, negli hammam e nei centri estetici: l’amato paraculide ci teneva che lei non si depilasse mai le ascelle. Novello seguace di Tinto Brass, ello riteneva che l’ascella pelosa fosse il preludio a ben altro e più consistente pelo. E questo lo rendeva felice, seppur ingabbiato in una convivenza in tana unica che, per i sapiens, è alquanto innaturale. Ma il richiamo dell’ascella – ah, scella! – lo stordiva fino a renderlo mansueto.  Ogni scusa era buona per sbirciare, lascivo, mentre la compagna, chessò, alzava una tapparella o si grattava un orecchio, con conseguente esposizione del pelo ascellare.

Le vacanze al mare erano un calvario, le ascelle calve imperversavano, ma l’opossum sapeva che, volgendo lo sguardo verso l’amata, l’avrebbe trovata, unica in tutta la spiaggia, incolta, pelosa, ruggente.  Una piccola foresta privata dove abbandonarsi alle più turpi fantasie, dove i rasoi e le cerette erano banditi, e dove il pelo peleggiava senza pudore.

Ma la vita sociale della Kurolopy era un inferno. Le donne, i bambini, persino gli animali inorridivano davanti a quella pelosità. Un bambino disse a sua madre: mamma, mamma, guarda, quella signora ha un topo sotto il braccio, possiamo tenerlo? E un cane, per non saper né leggere né scrivere, le pisciò sulle ascelle.

Solo alcuni maturi opossum, che avevano passato parecchie serate a trastullarsi la coda anteriore con i film di Tinto Brass, la guardavano con una certa cupidigia, ma stavano ben attenti a non farsi sgamare dagli altri.

Ora, la domanda che la nostra Kurolopy ci pone è la seguente: fino a che punto possiamo accontentare le fantasie sessuali dei nostri opossum? Qual è il confine tra la nostra ascella e l’altrui ridarella?

Armatevi di tastiera e ceretta, e rispondete, prodi opossumesse. O belle donnole.

 

 

Per la dottoressa Kurolopy: Rossella Calabrò

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