ualunque Opossum sapiens, anche il più negato in cucina, mostra un’abilità straordinaria in almeno una performance culinaria. E, no, non stiamo alludendo, maliziose lettrici, a quelle commistioni tra cibo e sesso che a volte accompagnano la vita di coppia. No, no: vi assicuro che non stiamo parlando di miele spalmato laddove i raggi del sole faticano ad arrivare, né vagheggiamo di panna – o di farro e rucola per i più salutisti - che invitano ad approfittare dell’intimo desco.
Qui stiamo parlando di frittate.
Quelle che il nostro paraculide di fiducia sa girare con una disinvoltura celestiale.
Con un destro movimento di polso, tac, l’opossum imprime alla padella un movimento divino, tra il sussultorio e l’ondulatorio e, ta-tlac, il frutto di un paio di galline ovaiole volteggia armonioso nell’aere, fino ad atterrare, con la precisione di una sonda su Marte, esattamente nel centro della padella.
Ma, ci fa notare l’esimia Dottoressa Kurolopy, questa frittata è esclusivamente simbolica. Ovvero, non è che l’opy si metta a spignattare tutto contento, agitando la coda festoso, per alleggerirci del carico quotidiano di frittate, cotolette, pastasciutte e minestroni da portare in tavola. Ennò. L’opy, degno rappresentante della famiglia dei paraculidi, la frittata immaginaria la gira solo quando sa di avere torto marcio.
Estrapoliamo ora dal possente archivio della Kurolopy un esempio, a dimostrazione di quanto enunciato.
Opossumessa: Opy, mi spieghi per quale motivo ogni sera mentre guardi la tele attacchi le caccole sotto al divano?
Opy (mentre indossa il grembiule da chef): la vuoi sapere, la verità? La vera-vera-vera verità? Eh? (Intanto il paraculide prende tempo, facendo rutilare i neuroni insieme alla frittata).
Opossumessa: eh, dimmela, ‘sta vera-vera-vera verità. Son proprio curiosa, guarda.
Opy: oooooocchèi, l’hai voluto tu. Bene, eccoti qua la vera-vera-vera verità, servita su un piatto (una padella, NdA) d’argento: proprio tu, cara la mia opossumessa, che ti interessi tanto di psicologia e tutte quelle puttanate lì, dovresti sapere che, se un uomo passa le sere sul divano è, mediamente, per un primordiale bisogno di tornare nell’utero, dove tutto è morbido e senza conflitti. E questo già dovrebbe farti riflettere sul tuo ruolo di femmina, incapace di sostituire degnamente la figura materna, ma non voglio infierire, che oltretutto ultimamente sei anche ingrassata quindi hai già i tuoi bei problemi. Dicevamo: l’utero. Ecco, sì, uhmmm. Quindi, siccome un pover’opy è costretto, causa inadeguatezza della compagna di tana, a inglobarsi nel divano-utero, ecco che viene preso da una comprensibile regressione che lo porta a infilarsi, in cerca di sicurezza, un dito in bocca o, siccome c’è buio, nel naso. Lì, agitando l’indice come farebbe la sua compagna in segno di rimprovero, l’opossum incontra le sue caccole. E, in un impeto di sana ribellione all’autorità, espelle le caccole a una a una, appiccicandole poi sul divano, come trofei che rappresentano la sua crescita ed evoluzione personale, per la memoria dei posteri.
Opossumessa: ahà, insomma, sarebbe colpa mia se tu mi scaccoli schifosamente tutto il divano???
Opy: ovvio. Ma non ti preoccupare, anche sei sei grassa e inetta ti amo lo stesso. E se mi chiedi scusa sono disposto a perdonarti. Anzi, senti, uhmm, c’è mica della panna in frigo, tante volte?
Per la dottoressa Kurolopy: Rossella Calabrò